L' Amore d'Unione e di Separazione nella poesia sufi

Quanto spesso giurano
e fanno voto di non mutare,
ma chi si dipinge con l'henné
non mantiene i giuramenti.

Fra le somme meraviglie
vi è una gazzella velata
che punta con lo zoccolo tinto di rosso
e accenna col sopracciglio,

Una gazzella il cui pascolo
è fra le ossa del petto
e le viscere. Oh, qual meraviglia un giardino fra i fuochi!

(Ibn 'Arabi)

Estratto da "Danza Araba Medievale", Marialuisa Sales, 
ediz. Akkuaria, 2006
L' Amore d'Unione e di Separazione nella poesia sufi.

Introduzione
Sulla nazionalità del fondatore dell'Ordine dei Dervisci danzanti, Hadhrat Shaykhuna Jalaluddin ar-Rumi (1207-1273 e.v.), chiamato dai suoi discepoli e seguaci " il nostro Maestro" (Maulana), ancor oggi i popoli della terra non si mettono d'accordo. Gli Afghani lo considerano uno dei loro, in quanto nativo di Herat, mentre i Persiani lo annoverano fra i sommi poeti della tradizione sufi akbariana nella loro lingua. I Turchi rammentano però che è a Qonya che pose la sua sede, e di lì ha diffuso l'Ordine dei Dervisci Mevlevi (Tariqah al-Mawlawiyyah) in tutto il mondo.
Maulana ricevette due iniziazioni fondamentali. La prima, che restò virtuale per anni, gli trasmise l'insegnamento del maestro massimo (Shaykh al-Akbar) del Sufismo, lo Zolfo Rosso Sidi Muhi-d-din Ibn al-‘Arabi al-Hatimi at-Ta'i al-Andalusi, qaddas-Allahu sirrah.
Uno dei due principali discepoli di Ibn al-‘Arabi, Sidi Sadr ad-Din al-Qunawi, fece visita a Maulana Rumi presso la Biblioteca di Qonya, dove Maulana insegnava teologia e letteratura. Shaykh Qunawi chiese: "Secondo quel che dici, tu condividi l'insegnamento di tutte le settantadue differenti confessioni religiose. Eppure la dottrina degli Ebrei non va d'accordo con quella dei Cristiani, e quella dei Cristiani diverge da quella dei Musulmani. Com'è possibile?" Rumi rispose: "Sono d'accordo con tutte quelle dottrine, e sono anche d'accordo con te circa le loro divergenze. Sono d'accordo che tanto le dottrine che le divergenze provengono dalla medesima Radice." Fu allora che Qunawi potè trasmettergli oralmente la dottrina di Ibn al-‘Arabi sui ventisette castoni della saggezza profetica (Fusus al-Hikam); Maulana la infuse nei versi del Mathnawi in lingua persiana dopo l'incontro col Sole di Tabriz.
Anni dopo infatti, un mendicante di nome Shams ad-Din (Sole della Religione) di Tabriz entrò nella Biblioteca di Qonyah e, indicando i preziosi volumi, chiese a Maulana: "A cosa serve tutta questa roba?" Maulana rispose: "Serve a uno scopo che tu ora non comprendi." Shams sorrise, gli manifestò la sua forma ignea, e ecco, la libreria prese fuoco. Rumi chiese: "Cosa sta dunque succedendo?", e Shams: "Succede qualcosa che sino ad oggi tu ora non potevi comprendere". Maulana svenne avvolto dal fumo, e Shams fuggì da Qonyah. Ripresi i sensi, Maulana comprese che Shams era alfine il maestro che Shaykh Qunawi gli aveva annunciato, ma non fu in grado di trovarlo. Viaggiò allora da solo per tutta l'Anatolia, fino al giorno in cui fu poté scorgerne la traccia del suo passaggio. Trovatolo, si isolarono dal mondo rinchiudendosi nell'antro, e furono ininterrottamente dediti all'insegnamento dell'Amore d'Unione, sino al giorno in cui il velo di Shams fu sollevato, e Maulana trovò che la sua amata guida aveva abbracciato l'eternità.
Nessuno conosce il luogo esatto del loro incontro nella caverna, ma tornato a Qonya Maulana smise di insegnare letteratura e teologia e compose sublimi poemi sulla nostalgia d'Amore, da accompagnarsi al suono del flauto. Non consentiva a nessuno di fargli domande su Shams, eccetto che al suo figlio prediletto, Sultan Walad. Quando alfine Maulana raggiunse Shams di là dal velo, Sultan Walad, codificò l'insegnamento paterno, fissando le norme per la danza ruotante che i Mevlevi, i Naqshbandi ed i Qadiri seguitano ad praticare sino ad oggi.

Mathnawi
di Maulana Jalaluddin Rumi

Proemio
Porgi orecchio al flauto, al tono del suo lamento,
pianto di lugubre esilio dalla dimora dei giunchi.

"Da quando m'han divelto dal canneto - dice -
i miei suoni dolenti inducono maschi e femmine al pianto,
poiché il mio petto è in fiamme, e il mio fiato è tutto un sospiro,
e l'esser separato dalla dimora d'Unione è vita d'immane pena.

Chi un giorno è stato divelto dall'Origine da pena d'amore
seguita a guardare impaziente al giorno d'un beato ritorno.

I miei gemiti danno corpo a melodie infinite,
un concerto che fa prima gioire e poi piangere.
E le mie note, o Amata, s'accordano armoniche ai tuoi slanci,
mentre i segreti del mio cuore restano al mondo imperscrutabili.

Il mio arcano non è svelato ricorrendo le note che fuggono,
poiché né gli occhi, né le orecchie del corpo le percepiscono.

Il corpo non è velato all'anima, né l'anima al corpo,
eppure l'occhio dei corpi non vede l'anima nuda.

Il pianto del mio flauto è fuoco, non aria evanescente;
chi da esso non è incendiato è inerte quanto un cadavere.

E' il fuoco dell'Amore a far cantare il flauto,
è il fermento d'Amore che rende il vino inebriante.

Per gli amanti insoddisfatti il flauto è buon confidente:
mette a nudo slanci segreti e aneliti reconditi.

Esistono forse un veleno e un antidoto migliori del flauto?
Chi meglio del flauto è in grado di consolarti?
Il flauto ti rivela che il sentiero d'Amore è insanguinato,
ti dice che l'amante è reso folle giocattolo d'amore.

A questi sentimenti t'aprirai solo dopo il tuo rapimento,
come l'orecchio inclina a rubare quel che la lingua sospira.

I miei giorni, o mia Luce, l'hai resi pena, travaglio e pianto;
scorrono ad uno ad uno, mentre l'angoscia mi tiene per mano.

Eppure, nonostante i miei giorni scompaiano, non li curo
purché tu resti qual sei, splendente e cristallina.

Ma sappiano: chi non è pesce non resta a lungo in acqua,
e il giorno non tramonta presto per chi è privato del pane.
Ecco perché il sobrio non comprende lo stato dell'ebbro,
ecco perché il mio discorso ora deve farsi breve.

Sorgi, o Figlia, infrangi la tua catena e sii libera...
Fino a quando oro ed argento ti manterranno in catene?

Quand'anche versassi l'oceano intero nella tua Coppa,
ne conterrebbe la bevuta di un solo sorso.
Ecco, la sete del tuo Amore giammai mi sazia,
e l'Ostrica non palpita finché il suo grembo non è fatto Perla.

Soltanto colei la cui veste è rapita da violenza d'Amore
è pura da colpa di una brama impudica.

Gloria a te, Amore, perenne, dolce follia,
Tu che sei la panacea che sana ogni ferita o morbo.
Se sono affetto da orgoglio e vanagloria,
Tu subito appari qual medico terapeuta.
Eccoti Amore, tu che sei il nostro Platone e il nostro Galeno!

Sei Tu, Amata, ad esaltare il cuore in un giardino di delizie,
a far danzare di gaudio ciascuna delle sue colline.

Sappi, Anima Mia, che fu l'Amore a dar vita al Monte Sinai,
quando sussultò tremendo, e Mosè giacque terrorizzato.

Eppure basta che l'Amata mi sfiori con le sue labbra,
e io - al par del flauto - erompo in soave melodia,
mentre chi è separato dal tocco della sua lingua,
pur dotato di cento favelle, tace al pari del muto.

Quando la rosa è sfiorita, e il giardino mutato in sterpaglia,
annusando l'aria non s'ode voce d'usignolo.

L'Amata è tutto in tutti, mentre l'amante si limita a velarla,
L'Amata è la vita d'ogni vivente, ma l'amante è cosa morta.
Quando l'amante non sente è l'Amore che s'incrementa.
Ahimè, allora diviene come uccello le cui ali siano tarpate...

Come dunque eviterei di perdere i sensi,
quando rifiuti donarmi la contemplazione del Tuo Volto?

Questo segreto, mia Luce, lo bramo allora di là dal velo.
Lo specchio che non riflette a nulla giova.
Ma lo sai perché il tuo Specchio rifiuta di riflettermi?
Solo perché la sua superficie è coperta di ruggine.
Basterebbe dunque purificarlo e detergerlo
per fargli riflettere i bagliori di un Amore divino.

O innamorati, questa favola chi mai ve l'ha raccontata
palesandovi l'essenza del mio stato con similitudini?

Arcano d'Amore
Mi chiedi chi ama davvero? Chi è in preda alle pene.
E quale organo scherza quando il cuore è ansioso?

La medicina che cura l'amore non si trova dall'erborista:
resta un mistero divino al pari dell'astrolabio.

Correte pure, insensati, rincorrendo passioni effimere,
ma guai a voi se l'Amore regale d'improvviso vi ghermisce.

Ma come pretendete che quell'Amore sia descrivibile,
se spesso ci fa vergognare delle nostre stesse parole?
Pensate che le parole ve lo rendano più presente,
mentre quell'Amore è bello come Mistero inesplicabile?

Certo, corre la penna mentre vergo queste sue lodi,
ma se scrivo di quell'Amore la sua punta si spezza.
Ecco, guai a scrivere sull'amore sublime!
S'infrange la penna, e la pergamena si lacera.

L'intelletto s'affanna, eppur non lo comprende:
sì, solo l'Amore spiega quel suo mistero agli amanti.

Potrebbe forse il Sole splendere senza Luce?
O mia Lampada, se lo scorgi non distogliere lo sguardo.
La sua traccia è resa manifesta dalle ombre,
ma solo il suo splendore ha alito di vita.

L'ombra induce al riposo, come le confidenze serali,
ma quando il Sole sorge all'alba la Luna viene spaccata.
Nulla al mondo ferisce più nel profondo,
ma il Sole dell'Anima mia non tramonta e non ha passato.

Il cielo di questo mondo ci mostra un unico sole,
ma un cielo dai soli molteplici chi ci vieta d'immaginarlo?

Eppure il Sole dell'Amata non s'interseca col firmamento:
nessuno l'ha mai visto, né in astratto, né in concreto.
E' Amore d'Unione, essenza inconcepibile;
non lo comprende l'intelletto, né lo coglie lo sguardo.

La storia del mercante e del pappagallo
C'era una volta un mercante che teneva un pappagallo in gabbia. Il suo lavoro lo indusse a partire per l'India, e allora chiese al suo pappagallo se avesse un qualche messaggio per i suoi simili di quel continente. Il pappagallo si limitò a rispondere: "Dì loro che me ne sto chiuso in una gabbia". Il mercante diede la sua parola di messaggero, e trasmise il messaggio al primo gruppo di pappagalli che incontrò sul suolo indiano. Udite quelle parole, uno di loro cadde a terra e ne morì immediatamente. Tornato in patria, il mercante accusò il pappagallo di averlo reso latore di un messaggio mortifero, ma appena ebbe ascoltato questo rimprovero anche il pappagallo del mercante cadde a terra morto, proprio come il suo simile indiano. A quel punto il mercante tolse il cadavere del pappagallo dalla gabbia e fece il gesto di gettarlo via, quand'esso riprese invece vita e fuggì volando, spiegando che il pappagallo indiano si era limitato ad indicargli la morte come via di fuga dalla gabbia.

Il sonno del corpo desta l'anima

Ogni giorno Tu affranchi i nostri spiriti dai corpi
rendendoli lisci come tavole piallate.
Ogni notte apri agli spiriti la loro gabbia,
senza che dominino o che vengano dominati.
Di notte il recluso ignora la sua prigione,
così come di notte il re non sa d'essere sovrano.
Nessuno si cura di quel che perde o di quel che guadagna,
nessuno pensa a questo oppure a quell'altro.

Simile è lo stato del sapiente, anche da sveglio.
Dio dice: "Pensi ch'egli sia sveglio,e invece dorme."
Quanto alle cure mondane, egli dorme notte e giorno,
e scorre come penna in mano allo scrittore.
La mano che verga lo scritto neppure la vede.
Colui che non vede la mano mentre muove la penna
suppone che sia il moto della penna a causare lo scritto.

Se il sapiente divulgasse i dettagli di questo stato
la gente comune sarebbe privata in perpetuo del sonno.

La sua anima vaga in un deserto che non ha eguali:
sia l'anima che il corpo trovano una pace perfetta.
Non desidera più né bere, né mangiare,
come un uccello sfuggito alla gabbia e alla catena.

Quando però lo riaggiogano alla catena
chiede subito aiuto all'Onnipotente.

Laila e il califfo
Il califfo chiese a Laila: “Sei tu dunque colei
per cui Majnun ha perso ragione e senno?
Eppure non sei più bella di tante altre fanciulle.”
Le rispose, “Taci. Dici questo perché tu non sei Majnun!”

Se ti fosse donata la vista di Majnun
Ammireresti i due mondi con un solo sguardo.
Tu sei cosciente, mentre Majnun ha trasceso se stesso.
In Amore esser desti è il peggiore dei tradimenti.
Più l'uomo è desto, più all'Amore è cieco;
esser desti, in Amore, è peggio che assopirsi.

E' lo stato di veglia a incatenare i nostri spiriti,
quando le anime nostre sono in preda a inutili brame,
a possesso e perdita, al timore dell'abbandono.
Allora non vi è più purezza, né dignità, né onore,
né desiderio di ascendere al cielo.
E' davvero assopito colui che insegue ogni desìo
e che su ogni quisquilia intavola discussioni.

I dodici volumi di teologia
C'è un distinto volume per ciascun argomento,
e ciascun volume ha uno stile specifico.
Ciascuna regola si applica a un caso particolare,
l'una contraddice l'altra, dall'inizio alla fine.

Una afferma che solo col digiuno e l'ascesi
si raggiunge lo stato della vera devozione.

L'altra sostiene che l'astinenza a nulla giova
e che il mezzo supremo è una carità sincera.

Un'altra ancora però dice: "I digiuni e le offerte
servono al tuo orgoglio per farti uguale a Dio.
La fede in Dio e l'abbandono nelle Sue mani,
sono più che sufficienti, ed il resto è vano".

Un'altra ancora dice: "Servono le opere;
morta è la fede che non produce opere di bene".

Ma un'altra ribatte: "Proibizioni e obblighi non servono
ad essere rispettati, ma a mostrare l'umana fallacia,
a farci prendere coscienza della nostra debolezza
e indurci a confidare solo nella divina potenza."

E un'altra ancora: "Guardare all'umana debolezza
è ingratitudine verso il Misericordioso.
Abbiate cura dei vostri poteri, perché è Dio
che ve l'ha donati, e dipendono dalla Sua grazia."

Un'altra sostiene: "Ignora potere o mancanza:
tutto ciò che distoglie da Dio è nient'altro che un idolo"

Ma un'altra ancora dice: "Non spegnere la tua torcia
ma fanne una luce che risplenda per i tuoi simili.
Se la tua torcia viene trascurata
a mezzanotte si estinguerà il fuoco di Unione"

All'opposto una dice: "Spegni quella torcia senza timore,
perché quando sarà spenta sorgeranno le beatitudini.
Quando si spegne la torcia l'anima gioisce
e la tua Laila diviene fiera come il suo Majnun.
Se qualcuno - per amore di Dio - rinuncia al mondo,
avrà il mondo sempre con sé dovunque si sposti."

Ma un'altra regola dice: "Tutto quel che Dio ti ha donato
del Suo creato immenso, quel che ti ha reso gradevole,
piacevole e disponibile, godilo pure con gioia;
non tormentarti con privazioni vane."

La regola opposta però dice: "Abbandona
tutto quel che possiedi, e sii libero da brama!"

Ah, quanto diverse son le strade che ci appaiono
e ciascuna di esse ha una sètta che la segue!
Se trovare la retta via fosse cosa semplice,
non c'è giudeo o gentile che non la seguirebbe!

Vi è anzi chi dice: “La retta via è irraggiungibile,
giacché la vita del cuore è divorata dall'anima.
Qualsiasi godimento dell'uomo mondano
non produce frutti, nemmeno aridi o salsi.
Seguire la via produce solo rimorso
e chi la rincorre va solo incontro a sconfitte.
Cercarla non produce alcun valido profitto,
ma anzi conduce alla bancarotta certa.
Impara a distinguere il profitto dalla bancarotta,
valuta a fondo ciò che perdi e ciò che ottieni."

E vi è chi dice “Scegliti un valida guida,
ma nemmeno la guida garantisce il risultato."

Ogni sètta produce congetture sulla Mèta
e per questo i settari finiscono in preda all'errore.
Prevedere il risultato non è un semplice trastullo,
altrimenti tante divergenze non sarebbero mai sorte.

Una dice: “Sii il maestro di te stesso,
giacché tu conosci chi è il Maestro supremo:
sii dunque uomo, e non bestia caricata da altri!
Segui la tua propria via e non perdere la testa!"

Un'altra dice: “Tutto ciò che vediamo è Uno",
e chi parla così lo fa perché ha la vista doppia.

Un'altra ancora dice: "Cento è uguale ad Uno",
ma chi afferma una cosa del genere è in preda a follia.

Ogni volume è confutato da opposti sofismi,
da quanto lo contraddice nella forma e nella sostanza.
Questo si oppone a quello, dall'inizio alla fine,
Come se antidoti e veleni fossero mescolati.

La gelosia divina
Il mondo intero sembra geloso di se stesso,
eppure Dio lo supera nella Sua gelosia.

E' come se Dio fosse un'anima, ed il mondo un corpo,
poiché bene e male derivano al corpo dall'anima.

Colui cui viene aperto il santuario della vera preghiera
considera biasimevole il tornare alla religione ordinaria,
così come colui che custodisce gli abiti del Re
troverebbe vano occuparsi di vane quisquilie.

Chi mai, una volta ammesso alla camera reale,
perderebbe tempo attardandosi sulla porta?
Quando il Re gli concedesse di baciargli la mano
si limiterebbe egli forse al bacio del piede?

Sebbene baciare i piedi sia un segno di rispetto,
vi sono casi in cui il Re stesso attende ben altro bacio.

Se dopo aver visto il suo Volto, l'uomo pensasse al solo profumo,
la collera del Re monterebbe mista a gelosia.

Ma la gelosia divina cresce come un grano d'orzo,
mentre quella umana è sterile e improduttiva,
poiché è solo specchio impuro dello slancio divino
che incessantemente distrugge quanto da Lui si fa altro.

Ma è bene che su questo argomento ora io mi taccia
pensando alla collera immane del benefattore sommo.

"Perché dunque hai abbandonato fede e devozione?
Perché oggi distingui fra il credente e l'empio?
Perché ha dimenticato il volto dell'Amata
e osi ora distinguere in Lei ciò che gradisci e biasimi?"

Lascia dunque che io ti risponda e mi lamenti
del tuo rigore aspro e del tuo giudizio benevolo.

Piango, eppure il pianto ha al mio orecchio un suono dolce.
E' dunque Lui che tanto bistratta e tormenta quel che ha creato!...
come potrò sfuggire alla mano del Suo pronto castigo?
Come eviterò di essere fra quanti da Lui sono stati stregati?
Come non mi ridurrò a una notte priva del Suo giorno?

Eppure la Sua amarezza per la mia anima è assai dolce
e il mio triste cuore è mutato in vivente sacrificio d'Amore.

Delle pene e dei dolori sono ormai quasi innamorato,
poiché mi avvicinano a quel Re che non ha pari.
La polvere del mio dolore diviene il collirio dei miei occhi,
di quegli occhi che s'ornano di perle al par degli oceani.

Le lacrime che verso umiliato dal castigo
sono perle finissime, pur sembrando acqua salsa.

Mi lagno della perdita dell'Anima della mia Vita,
anzi, neppure mi lagno, ma narro solo il mio caso.

Il mio cuore mi dice: "Vedi come ti ha ferito!",
ma io rido di quelle che paiono essere le mie ferite,
e dico anzi: "Rendimi dunque giustizia,
poiché Tu sei la Sovranità di un ampio Trono
ed io solo uno stipite della Tua Porta."

Ma, a voler parlar franco, che valgono il Trono e la Porta?
Chi è "il noi" e chi è "l'io" quando è presente l'Amata?

Grido a Te che sei immune dalla follia del "noi" e dell'"io".
a Te che pervadi lo spirito degli uomini e quello delle donne,
poiché laddove uomo e donna diventano uno, Tu sei Uno,
e quando dall'amplesso si sciolgono Tu resti Uno.

Ecco, Tu ha creato "noi" ed "io" per questo solo scopo:
per giocare a scacchi da solo con quelle vane pedine.

Quando però "noi" ed "io" li fonderai in un'unica anima,
allora il Tuo Amore per gli amanti sarà reso manifesto:
allora "noi" ed "io" saranno diventati un mistero unico,
perduti e assorbiti nel segreto dell'Amata.

Sono queste verità arcane, vieni dunque, o Amore!
Vieni Tu che trascendi spiegazioni e descrizioni!

Potrà mai forse vederTi l'occhio che è fatto di carne?
Può la mente umana concepire che vai in collera e sorridi?
Possono forse i cuori umani ansiosi,
spesso turbati dai Tuoi sorrisi e dai Tuoi rimproveri
innalzarsi a contemplare la Tua visione intangibile?

Sorrisi e rimproveri ci hanno ormai stregati;
come potrebbero restituirci la Vita?

Ormai sappiamo che il Giardino d'Amore è fertile e sconfinato,
che contiene ben altri frutti oltre a gioie e dolori.
Per questo l'amante trascende gioia e contrizione
e resta fresco e verde, sia in autunno che in primavera!

O bello, paga dunque il fio della tua bellezza,
narra la storia della tua Amata in ogni suo sospiro.

Pur se ormai è lontana, pur se i suoi occhi non mi vedono,
seguitano a infliggermi ferite come quando li contemplavo.

Le avevo dato il mio sangue da bere, se l'avesse gradito,
ma solo per averle chiesto "E' giusto?" oggi m'ha abbandonato.

Perché alle nostre grida ormai fugge lontana?
Perché il tuo dolore lo riversi in piena sulla terra dei dolenti?

Eppure ad ogni nuova alba tu sorgi radiosa da Oriente,
e sei vista zampillare come Fonte che mai s'asciuga.

Quali scuse accampi allora per i tuoi sortilegi?

Dico che le tue labbra son ben più dolci dello zucchero,
e che ad ogni tuo respiro la vita del vecchio mondo si rinnova,
e per questo ti chiedo implorante d'ascoltare
il grido di un corpo e di un'anima che son restati senza vita.

Per amore di Dio, cessate di parlarmi del Roseto,
e parlatemi invece del Bocciolo che ne è stato reciso.

Il mio ardore non nasce né da gioia, né da sofferenza,
e i miei sensi non inseguono né illusioni, né fantasie.
Tutto ciò è ben diverso, per me che sono un estraneo.

Non negarlo! Di fronte a un dio onnipotente,
oseresti tu intercedere per i miseri mortali,
chiedendo misericordia quando s'avvicina il castigo?

Ignora dunque sia la misericordia che il castigo,
poiché entrambe sono per natura transitori,
mentre quel dio si porterà in eredità tutti i loro frutti!

Stamani dunque, o Protettrice dell'Alba,
giustificami alla presenza del Signore della mia sorte.

Saresti in grado di giustificare persino l'anima del mondo,
tu che sei Anima delle anime e Gemma della Vita!

La luce della mia alba non è altro che un riflesso del tuo fulgore,
e splende al mattino godendo della tua protezione.

E ogni volta i tuoi doni mi rendono come ubriaco
ed un vino che è spirito seguita ad invadermi di questa gioia.

Il vino d'uva invece non mi fermenta in petto
e le mie sfere si attardano nelle loro rivoluzioni.

Ecco, è il vino che è ebbro di me, non io del vino!
Il mondo è nato in me, non io in lui!

Sono dunque come un'ape, ed il mondo è cera,
sono io che ho creato il mondo modellando la cera.

Perché Dio viene chiamato "la Sposa"
La notte delle nozze con Safiyya nostra madre,
sino al mattino il Profeta Mustafa restò assorto,
e l'alba non lo destò dal suo sonno beato.

Non udì la chiamata del muezzin, saltò la preghiera dell'alba
e la recuperò quand'era già mezzogiorno.

Fu così che durante la notte del matrimonio,
la sua anima pura baciò le mani della Sposa.

L'Amata e la Sposa sono occulte e velate:
non fatemene una colpa se Dio Lo chiamo "Sposa".

Per timore del mio Signore avrei mantenuto il silenzio
s'Egli m'avesse concesso un attimo di tregua.
Mi ha invece detto: "Svela questo segreto,
è volontà di Dio ch'esso sia conosciuto.
Soltanto chi pensa alle colpe può accusarti per questo
e come può un puro spirito occulto pensare alle colpe?"

Amore giallo
Le guance dell'amore ti aprono al mistero,
ti dicono: "Abbandona gli amanti indifferenti
dalle cui bocche esce un alito che raggela".
Le guance dell'amore sospingono di là dalle forme,
non alludono a sentimenti, ma a un incantesimo.

Finché resti argilla non potrai mai volare nell'aria;
prenderai il volo quando sarai reso polvere.
Se non diventi polvere da te stesso, provvederà la morte
e dei tuoi desideri resteranno solo vani rimpianti.
Quando il tuo Signore ti avrà dissolto in cenere,
come mai potrai divenire una perla rara?

Le foglie ingialliscono, ma l'albero ha radici sempre nuove:
ogni giorno spuntano foglie colme di linfa verde.

Perché sembri accontentarti di un amore
che di giorno in giorno ti rende sempre più giallo?

Diwan-e Shams
di Maulana Jalaluddin Rumi

Assenza
Ti interroghi sul mio stato? Eccomi dunque:
son disperso ormai nell'intimo, ubriaco e tremante.

Sotto le multicolori vesti che agghindano le forme,
resto come un'illusione d'acqua modellata dal vento.

La Tua assenza mi carica del gravame dell'esistenza
porto sulle spalle un mondo privato di senso.
Qual è la vanità di uno specchio senza immagine?
Privo della Luce Amata ormai qual bagliore vi splende?

La Luna
All'alba nel firmamento una Luna è apparsa,
è scesa dal firmamento e mi ha rivolto lo sguardo.

Come falco che ghermisce un uccello qual preda
quella Luna mi rapì e tornò rapida in cielo.

Quando guardai a me stesso non mi trovai più, ché in quella Luna
il mio corpo per grazia sottile s’era fatto anima pura.

E quando viaggiai entro l’anima non vidi altro che Luna
finché il mistero dell'eterna epifanìa mi fu svelato.

I nove cerchi del cielo s’erano immersi in quella Luna,
e la barca dell’essere mio s’era tutta in quel Mare ascosa.

Si franse d’onde quel Mare; tornò la ragione
e lanciò il suo grido: "Così fu, così avvenne."

Spumeggiò, quel Mare, e da ogni frammento di schiuma
apparve un disegno, la vaga fattezza d'un corpo.
Ogni frammento di schiuma che prese forma in quel mare
subito nel mare si fuse ed in esso disparve.

Senza l’aiuto del mio Signore, del Sole divino di Tabriz,
non si può vedere la Luna, non si può essere Mare.

Vita, fede e miscredenza
Tu sei la mia vita, la mia fede e la mia miscredenza.
Cambia la mia pietra senza valore in un gioiello,
Trasforma dunque la mia miscredenza in fede!
Dona un'anima al mio corpo e guarisci la mia malattia,

Perché Tu sei la mia malattia e la sua guarigione.
Quando mi guardi, donami una luce eterna,

Così ch'io possa cantare senza posa: "Io sono in Te e Tu sei in me".
Cambia il mio ferro in oro e dona nuova vita alla mia carne.

Sei un oceano illimitato; colma dunque l'oceano di gioielli!
Sei così ricco di attributi che io ne resto stupito.

Quand'anche Tu mi donassi del veleno
io sarei certo in grado di mutarlo in dolcezza.

Il Volto dell'Amata
di Shaykh Sa'di

"Per quando ancora l’Amata mi sarà celata?,
fino a quando i miei occhi seguiteranno a piangerla?
Quando ancora io, destinato all'Unione,
soffrirò per questa mia Separazione?
Da quando sono lungi dall’Amata
il mio occhio di piangere non cessa.
Non c’è cura al mondo per la mia pena
perché l'unica cura è contemplare il suo Volto."


Zuleikha e Giuseppe

di Shaykh Ahmad Jami

"La pianta dei suoi piedi era arcuata come luna crescente,
e le sue unghie erano stelle che raspavano il terreno.
Quando il suo aratro lasciava un solco inciso
ne sgusciavano asteroidi come corteo lunare.
Il suo incedere era come cavalli al galoppo
e il dardo che traeva dalla sua faretra
centrava il bersaglio lasciando inerme la preda.
Il suo colpo fluiva come giara mai vuotata,
come il lampo fende rapido l'oriente e l'occidente.

"Sei tu, Giuseppe, che hai infranto l'urna del mio onore,
tu che ora mi sei pietra di scandalo ovunque io mi volti.
Dovrei allora cadere infranta: la tua menzogna mi ha vinta
il giorno che m'ha ferito il cuore con la sua violenza.

"Conoscevo io forse quale grande sventura
fosse il prostrarmi a te e mutarti nel mio dio?
A te ho alzato lo sguardo, e n'è nata una tragedia
che mi fatto rinunciare alla felicità nei due mondi.
Dal tuo dominio oggi sarò alfine libera,
spargendo al vento le gemme della tua signoria."

E mentre così parlava impugnò un'ascia
e mandò in pezzi il simulacro dell'Amato.
L'idolo cadde infranto, privo di significato,
ed ella si illuse d'aver trovato la quiete.

Fece il bagno, s'avvolse e sospirò pentita,
con un cuore di sangue ed occhi di lacrime,
si prostrò nella polvere e lanciò la sua supplica:

"Tu che ami chi dal tuo amore è umiliato,
tu cui si prostrano gli idoli, chi li forgia e chi li adora,
ecco, Tu presti all'idolo il Tuo splendore,
e il suo volto confonde colei che l'adora.
Ma il Tuo amore paralizza chi scolpisce
e l'idolo diviene tomba di colei che l'adora.
Si inchina allora all'immagine, ma erroneamente suppone
di poterti amare come se non fosse già affogata.

"Questo, o Padrone, è il torto che faccio a me stessa,
da quando il mio occhio seguita a rincorrere il mio idolo.
Rendimi dunque quella pace per cui T'imploro,
e sana le piaghe che ha impresso nell'anima mia:
recidi dunque la rosa di Giuseppe dal mio giardino.

- "Dov'è la tua bellezza - le fu chiesto - dove il tuo orgoglio?"

"Sono spariti - rispose - dal giorno in cui ti ho abbandonato"

- "Dov'è oggi, anima mia, la luce dei tuoi occhi?"

"E' spenta in lagrime amare dal giorno in cui t'ho perso"

- "Perché il tuo corpo è come cipresso che non s'erge?"

"Per via della tua assenza e dei miei lugubri lamenti"

- "Dove sono la tua perla, il tuo oro e il tuo argento?,
dov'è il diadema che sempre ornava il tuo capo?"

"L'ancella che mi narra le lodi del mio Amato - rispose -
sparge sul mio capo perle e rimpianti di rara bellezza.
Quei segreti le fanno meritare una degna ricompensa,
e per questo tutti gli ori e gli argenti l'ho gettati ai suoi piedi.
Sul capo le ho posto una corona d'oro puro,
mentre per mia corona ho preso la polvere della sua voce:
ecco come lo scrigno dei miei preziosi s'è prosciugato.
Oggi io sola sono lo scrigno dei beni del mio Amato.

"Come potrei non amarti, ora che ti amo con la pena
che non è infranta da anni d'assenza
che mi hanno prostrata, e poi resa sdegnosa?
Ecco, le mie parole non conoscono pausa,
e la passione non farà di me una vittima:
mi pento ogni giorno di me stessa, ma non di Te.

"Il mio amore è puro, senza neanche un grano di ruggine,
e la mia nascita in esso è stata un rapimento arcano.
Amo al modo degli angeli adoranti,
non cerco, non bramo e non sperò alcunché.
La mia fede è diventato il mio Amato,
che ha stampata la fede nel suo sopracciglio.

"La tua debolezza mostra quanto sia fragile
quel che i ciechi mortali chiamano benessere.

"Io, mia Luce, ti ringrazio e non ti biasimo
per i dolori d'amore che tanto m'annientano.
E il dio che adoriamo è proprio l'Unico mio amato,
Colui che volge il mio destino al passo estremo,
Colui che ha insegnato al mio cuore la lezione
che rende vizi e virtù privi di significato.

"E nell'attimo ci ha uniti nello svelamento
d'un perfetto bene che sparge Amore totale."

A queste parole risorge la bellezza ch'era data per morta,
e la sua guancia riacquista quel rossore ch'era sparito.
Torna a fluire la fonte che sembrava inaridita:
sparisce la canfora e riemerge il muschio,
mentre alla grigia sera segue una notte nera.
Il cipresso torna a drizzarsi svettante nel suo cielo
e l'argento si monda dalle scorie d'impurità.
Dagli alberi nuovamente verdeggiante scompare il bianco
e il narciso si fa nero di bellezza e luce.

"Tutto ciò che il mio cuore desìa,- dice Zuleikha -
E' d'esserti vicina, di sederti al fianco,
di poterti ammirare durante il giorno,
e poggiare la mia chioma ai tuoi piedi la notte;
stendermi all'ombra del cipresso e suggere
il miele che sorga dal tuo labbro di rubino,
sanare l'anima mia col soffice balsamo che tu spalmi:
null'altro desidero e niente più bramo.
I ruscelli del tuo Amore infondono vita nuova
e i campi riarsi se ne dissetano mentre Tu scorri."

Così parlò l'Angelo: "Per te, o Re
porto un messaggio dal Signore dell'alto:
i miei occhi l'hanno contemplata umiliata
e il senso della sua preghiera è stato accolto:
l'anima sua da pena è liberata
e a te l'affido dall'alto del Trono."

Il Canto del Soccorso
del Ghawth al-A'zham Shaykh 'Abdu-l-Qadir al-Jilani

L'amore m'ha versato coppe d'Unione,
e allora ho ordinato all'oste: "Porgimi il calice!"

Ho accostato il vino, ma quando era ancora nei calici
io già n'ero inebriato e gli amici già ne gustavano.

Allora ho detto ai Poli: "Accostatevi al mio stato.
con coraggio seguitemi e schieratevi fra i miei!"

"O miei cavalieri, con coraggio bevete,
anche se non comprendete questa ascesa nell'Unione"

E' eccelso lo stato di ognuno di voi, eppure
il mio stato trascende il vostro e non mi raggiungerete

Ho qui una presenza incomparabile e senza pari,
passo da stato a stato e m'è sufficiente un Signore Maestoso.

Fra gli Sceicchi del mondo, ecco, appaio simile a Falco.
A chi fra gli uomini è mai stato concesso nulla di simile?

L'Amato mi ha donato una vesta d'eccellenza
e sul mio capo ha posto una corona di perfezione.

Mi ha infatti rivelato l'antico segreto
mi ha reso un grande onore con la promessa adempiuta.

Allora mi ha posto come sovrano di tutti i Poli
e il mio ordine è eseguito oggi, sempre e dovunque.

Se invero narrassi quel segreto agli oceani
si estinguerebbero di colpo divenendo aridi,

Se lo rivelassi alle montagne,
arrossirebbero di vergogna trasformandosi in polvere,

Se invece lo sussurrassi sopra il fuoco
si estinguerebbe per parole di intimità sublime,

Se lo bisbigliassi all'orecchio d'un cadavere
risorgerebbe dai morti con la forza del miracolo.

Ogni mese mutano i cicli del cosmo,
eppure tutto quel ch'ivi succede mi trova presente.

Quanto accade lo conosco sempre in anticipo
e apprendo immediatamente quel che non potere comprendere.

Seguitemi dunque, e fatevi coraggio al mio fianco:
fate quel che volete sapendo che il mio nome è eccelso.

Non abbiate timore perché il mio Signore è Allah.
Mi consentito d'innalzarmi sino a che ho realizzato la mèta.

Trombe fra cielo e terra hanno proclamato questo stato
e araldi hanno annunciato la sua beatitudine.

Le città di Allah sono ormai un regno sotto il mio comando
ed i miei tempi son già tutti già risolti in anticipo.

Quando guardo alle città di Allah, tutte quante
le trovo connesse e della grandezza di un atomo

Tutti gl'iniziati sono posti sulle orme di qualcun altro,
ma io seguo le orme di Muhammad, luna piena perfetta.

O miei discepoli, non temete i miei nemici, perché invero
sono un fermo guerriero nel combattimento

Vengo da Jilan e Muhiddin è il mio appellativo,
sono ben conosciuto in cima ad ogni montagna.

Sono della Casa di Hasan e la mia stazione è detta Makhda':
poggio i piedi sul collo di tutti gli iniziati.

Abdul Qadir è il mio nome ben noto.
D'ogni perfezione è fonte il mio Antenato.

L'interprete dei desideri

di Shaykh al-Akbar Muhiddin Ibn al-'Arabi

O colombe che popolate gli alberi di Arak e Ban, abbiate pietà!
Non raddoppiate le mie pene coi vostri lamenti!

Abbiate pietà! Non rivelate, con i vostri lamenti e il vostro
o col vostro pianto i miei desideri e le mie segrete pene!

Sera e mattina le rispondo con triste pianto
di un uomo in preda al desiderio, col lamento d'amante appassionato.

Gli spiriti si fronteggiano l’un l’altro nel folto degli alberi di Ghada,
piegano i lori rami verso di me e il loro piegarsi mi annulla.

E inducono in me ogni sorta di brama tormentosa,
di passione e d'afflizione mai provata.

Chi mi darà certa promessa di Jam' e di al Muhassab di Mina?
Chi di Dhat al Athl? Chi di Na'am?

Attimo dopo attimo, avvolgono il mio cuore
con estasi e tormento, baciando i miei pilastri.

Proprio quando L'Eletto del creato gira attorno alla Ka'ba
l’evidenza della ragione la proclama imperfetta.

Pur essendo Profeta, egli bacia quelle pietre,
ma qual è mai il rango della Casa, se paragonata all’Uomo?

Quanto spesso giurano e fanno voto di non mutare,
ma chi si dipinge con l'henné non mantiene i giuramenti.

Fra le somme meraviglie vi è una gazzella velata
che punta con lo zoccolo tinto di rosso e accenna col sopracciglio,

Una gazzella il cui pascolo è fra le ossa del petto
e le viscere. Oh, qual meraviglia un giardino fra i fuochi!

Invero il mio cuore è divenuto atto ad assumere tutte le forme:
è un pascolo per le gazzelle e un convento per i monaci,

un tempio per gli idoli e la Ka'ba del pellegrino,
le Tavole della Torah e il Libro del Corano.

Seguo la religione dell’Amore ovunque le sue carovane
mi conducano. L'Amore è la mia religione e la mia fede.

Di ciò abbiamo un modello in Bishr, l’amante di Hind e in altre storie consimili,
nell'amore di Qays per Lubna, in quello di Mayya per Ghaylan.

Singolarità

di Shaykh 'Abdu-l-Qadir al-Jaza'iri

Sono Verità e sono creatura,
sono Signore e sono servitore.

Sono Trono e sono giaciglio
e inferno, e sono eternità.

Sono acqua e sono terra
e aria, e sono nuda terra.

Sono qualità e sono quantità,
sono ciò che viene trovato e ciò che si perde.

Sono essenza e sono apparenza,
sono lontananza e prossimità.

Ogni esistenza è la mia esistenza.
Io sono la mia unicità e la singolarità.